Due articoli di opinione pubblicati sulla Folha de S.Paulo dibattono se la classificazione del femminicidio come reato, stabilita nel 2015, abbia aiutato a combattere la violenza contro le donne. Un’autrice argomenta che ha fornito visibilità e responsabilità penale, mentre l’altro ne critica l’inefficacia e la sproporzionalità. Gli articoli evidenziano l’aumento dei casi nonostante i cambiamenti legislativi.
Folha de S.Paulo ha pubblicato, il 13 marzo 2026, due articoli di opinione contrastanti sull’impatto della Legge sul femminicidio (13.104/2015), che ha aggiunto un qualificatore al Codice Penale per gli omicidi motivati dal genere, specialmente nei contesti di violenza domestica. nnL’avvocata penalista e giudice federale in pensione sostiene che la legge ha rappresentato una «pietra miliare legale e civilizzatrice». Sostiene che storicamente le morti delle donne erano diluite nelle statistiche generali e trattate come «delitto passionale», ma la classificazione ha rotto con quella logica, allineandosi alla Legge Maria da Penha e alla Convenzione di Belém do Pará. Secondo il Forum brasiliano di sicurezza pubblica, si sono verificati 1.321 femminicidi nel 2023 e 1.450 nel 2024. Il Pannello sulla violenza contro le donne del Consiglio nazionale della giustizia ha indicato 14.570 procedimenti in corso nel 2025. Per lei, questi numeri dimostrano maggiore visibilità e priorità giudiziaria, sebbene la prevenzione richieda politiche come reti di assistenza e delegazioni di polizia specializzate. «L’esistenza del qualificatore rafforza la responsabilità penale e riafferma gli impegni costituzionali e internazionali», scrive.nnIn contrasto, l’avvocato e professore di diritto penale alla PUC-SP afferma che la legge esemplifica il «fallimento del populismo penale». Nota che, dalla Legge sui crimini efferati del 1990, pene più severe non hanno ridotto la criminalità. L’Annuario brasiliano di sicurezza pubblica ha registrato 621 casi nel 2016, salendo a 1.467 nel 2024. La Legge 14.994/2024 ha elevato il femminicidio a reato autonomo, con pene da 20 a 40 anni (fino a 60 con aggravanti), ma il Ministero della Giustizia ha riportato 1.530 casi nel 2025. L’autore critica la sproporzionalità, poiché punisce il femminicidio più severamente del genocidio o dello stupro che causa la morte, e疑問 se tutti gli omicidi domestici implichino il genere, citando esempi come un padre che uccide i figli gemelli. «È necessario smettere di credere che le vite siano valorizzate solo dall’entità della pena», conclude.nnEntrambi i testi sottolineano che la violenza persiste a livelli epidemici, richiedendo politiche pubbliche integrate oltre la punitività.